Reggina in A – 13 giugno 1999

Se non siete di Reggio Calabria non sapete cosa vi perdete.
La serie A.
Se non siete di Reggio Calabria, regalateci la vostra simpatia.
Alle 17,54 sbuca Tonino Martino, quello dei gol pesantissimi (pochi ma pesantissimi) azionato da un tacco di Possanzini: diagonale da regalare a quindicimila anime.
La serie A.
Se non siete di Reggio Calabria, non potete intuire cos’era successo dieci anni fa: 25 giugno 1989, spareggio a Pescara, ventimila vestiti d’amaranto, trecento tifosi della Cremonese.
Tocco liftato di Attilio Lombardo all’ultimo rigore.
Io c’ero, era uno dei miei primi servizi per il "Corriere dello Sport": a voi interessa poco, a me bruciò tantissimo. Se mi avessero detto di aspettare dieci anni, avrei firmato.
Pur di arrivarci in serie A.
Perché dovete sapere che a Reggio fino a vent’anni fa funzionava così: «La serie A? Ci andremo nel Duemila».
Anche vent’anni fa dicevano che il Ponte sullo Stretto lo avrebbero costruito nel Duemila.
Era una frase da interpretare: significava che non lo avrebbero costruito mai.
Infatti, non si sono ancora degnati.
E quando regalavano la stessa battuta ironica alla Reggina, la serie A nel Duemila (cioè mai…), non sapevano che avrebbero sbagliato di pochi mesi…
Reggio scopre il fascino, il brivido, l’emozione, la follia collettiva della prima volta.
Reggio dimentica Pescara e quello spareggio maledetto.
Reggio ha fame e lo ribadisce nel giorno più bello, in quello più lungo: quindicimila tifosi qui, ventimila in piazza del Popolo, chissà quanti altri in giro per il mondo.
Reggio è vita, Reggio è speranza, Reggio è certezza.
La serie A.
Lo capiamo subito, entrando in un "Delle Alpi" stracolmo.
Ma lo intuiamo già alle dieci di mattina: un popolo vestito d’amaranto, il ragazzino che piange, famiglie intere, treni presi d’assalto, pullman di un solo colore, il puro idioma calabrese.
Reggino.
Campeggia uno striscione, c’è scritto: "Ndi virimu ddhA".
Che sarebbe, letteralmente: "Ci vediamo là".
Ma che in fondo significa, non troppo metaforicamente: "Ci vediamo in serie A".
C’è tutta la provincia: "Grazie Reggina, Polistena presente".
C’è un altro striscione ardito: "Nel cielo solo Dio, al Delle Alpi ci sono io".

Ottantacinque anni di attesa: una società fondata nel 1914, l’AS Reggina, una società splendidamente guidata – a lungo – da Oreste Granillo.
Il presidentissimo.
Un’altra serie A sfiorata, con Maestrelli al timone.
Il fallimento, la rinascita. Un continuo inseguimento, quella frase ricca di rassegnazione: "Tanto ci andremo nel Duemila…".
Quando il Duemila era lontano.
Ma in fondo era scritto: tutti a Torino.
Perché a Torino ci sono reggini in ogni piazza, in ogni vicolo.
Gli stessi che avevano preparato la valigia con lo spago negli anni Cinquanta, perché Reggio è disoccupazione, perché Reggio è un sogno distante 1.400 chilometri, quando il dovere ti porta lontano.
Gli emigranti rispondono presente: sono cresciuti, sono diventati uomini, con la pancetta e con le lacrime agli occhi.
Li vedo piangere e li capisco: la prossima stagione respireranno due volte l’aria di Reggio, contro la Juve e contro il Toro.
Anche a 1.400 chilometri di distanza, anche se non mangeranno gli involtini di pescespada, anche se dovranno rinunciare al tramonto di Scilla da dove vedi Messina a pochi metri.
Un fantastico miraggio.

La partita.
E cosa volete ricordi della partita?
Quel Pastine che para tutto, il mio amico Possanzini che non si degna di mirare all’angolino.
La granata straordinaria, la gente granata che tifa Reggina, che grida Reggina, che respira Reggina.
E che a un certo punto urla: "Salirete, salirete, salirete in serie A…".
Un boato: i quindicimila amaranto che rispondono, che applaudono, che si emozionano come se la partita fosse finita.
Quando Cozza trova il rigore e lo trasforma, mi viene in mente l’ultimo investimento della società.
Era gennaio, una trattativa segreta con il Lecce.
Il passaparola, dal presidente Foti al direttore sportivo Martino: "Prendiamo Ciccio, è lui l’uomo del nostro destino.
Lo abbiamo allevato, lo abbiamo mandato al Milan, sembra scritto su qualche muro che con Cozza…".
Il suo rigore alle 17,01: il destino non bussa due volte, al massimo manda una volta Cozza sul dischetto… Foti e Martino sono in campo: passeggiano, fumano, imprecano, urlano, tremano.
Foti è una sfinge, non riconoscerebbe la moglie neanche se la vedesse a mezzo metro.
Martino ha un telefonino acceso: è collegato con Pescara e con Verona, come se non dipendesse dalla Reggina, come se alla Reggina non bastasse fare tre punti per infischiarsene della concorrenza.
Ma quando quel diavolo di Ferrante indovina l’angolo alto girando di testa su assist di Sommese, sono le 17,52.
Il Pescara è in serie A.
E allora ripensi al Pescara e a Pescara, torni indietro di dieci anni, non immagini più sia Cozza l’uomo del destino…
Due minuti, l’incubo dura appena due minuti: dalle 17,52 alle 17,54.
Il tempo di notare Pinciarelli, fresco e ispirato; il tempo di ammirare il tacco di Possanzini; il tempo di pregare e sperare in un blitz di Martino.
Il diagonale, quel diagonale, finisce dentro perché sono 180 mila persone che lo mandano dentro: tutta Reggio e lasciamo perdere i dintorni, perché non sapremmo quantificare.
Le 17,54: la partita è praticamente finita, non c’è più traccia degli striscioni, perché tanti striscioni finiscono in campo.
La gente invade il terreno del "Delle Alpi": sono più granata che amaranto, magari è scritto che una partita speciale, una promozione speciale debba finire con oltre tre minuti di anticipo.
Ho conosciuto la Reggina grazie al mio povero padre Saverio che per trent’anni l’ha seguita da giornalista.
La Reggina: l’ho rispettata, l’ho amata, l’ho criticata, l’ho aspettata.
Adesso è bello sentire, capire, immaginare che a Reggio la notte è piccola.
La notte è amaranto.

(Alfredo Pedullà - "Il Corriere dello Sport" del 14 giugno 1999)

PS: un unico commento da parte di chi scrive. Dopo averlo letto mi sono commosso come raramente mi era successo prima. Questo è il calcio. Il calcio è passione,  non uccidete la nostra passione.


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