Prendo spunto dalla degenerazione della discussione (potete leggere qui, qui e qui) tra Marco e Davide, nata dal post sulle mie personalissime considerazioni sui fatti avvenuti dopo Catania-Palermo, per riportare una toccante lettera scritta da un ragazzo rimasto orfano del padre, ucciso dalla ‘ndrangheta nel giugno del ’90. Credo che, sebbene sia molto lunga, valga la pena di leggerla perchè descrive appieno e senza ipocrisia la realtà nella quale sono cresciuto.
Mi chiamo Gabriele S. Ho 17 anni. Dal 23 giugno del 1990, la peste sociale che ammorba la città di Reggio Calabria mi ha fatto entrare a far parte, travolgendomi, di una categoria purtroppo in continua espansione: quella degli orfani resi tali dalla mafia.E ho usato il termine categoria, pur sapendo che sarebbe stato più appropriato dire "paria".
Sarà probabilmente inutile, infatti, cercare di spiegare come l’uccisione del proprio padre possa cambiare il modo di vivere di un ragazzo, specie se questa azione viene perpetrata secondo gli schemi disgustosamente vili dell’agguato a sangue freddo, schemi del resto che si adattano alla perfezione a chi crede di possedere poteri e diritti superiori a quelli degli altri cittadini per il solo fatto di essere un cultore della prepotenza, sottoclasse della codardìa; ma bisogna sempre parlare di una realtà, e soprattutto di una realtà come questa.Anche se può sembrare strano, non è il puro mutamento dell’esistenza, non ì l’inevitabile cambiamento del modo di porsi di fronte agli altri a determinare la morte sociale di chi ha vissuto o vive un’esperienza come la mia: l’aspetto più tremendo e l’acquisizione della capacità di vedere la realtà "normale" con occhi diversi, di essere costretti a ricondurre ogni più piccolo particolare notato all’esistenza del grande nemico, di comprendere, improvvisamente, come tutta la nostra esistenza nella nostra città sia stata in realtà un continuo confrontarsi con i diversi aspetti della mafia. Si comincia da piccolissimi: si è subito vittima di un perverso meccanismo che tende a rovesciare i valori, isolando chi parla di progresso, di lavoro, di impegno, e facendo assurgere al ruolo di protagonista chi commette azioni, anche minime, contro la legalità.
Questo processo, nascosto e non dichiarato nelle zone più "pure" della città, diventa manifesto nei quartieri "a rischio": invito chiunque a trascorrere una giornata alla scuola media inferiore di Archi, e ad osservare le prove di "coraggio" alle quali la maggior parte dei bambini (perchè tali sono) viene sottoposta da miniboss undicenni. Poi, ovviamente, con l’età adulta arriva anche la consacrazione dell’"adeguiamoci": la raccomandazione, il favore del compare ed i panegirici vari diventano consuetudine, abitudine, normalità.
Comprare il giornale ogni mattina per sapere "quanti ne hanno ammazzati", un intrattenimento puro, tanto "noi da queste cose siamo fuori".E’ logico, e normale che un imprenditore come mio padre venga eliminato al più presto: figura ampiamente scomoda che può alterare il regime delle cose, una volta, ovviamente, che lo si è adeguatamente sfruttato mediante un’altra delle storiche prodezze, quella del taglieggiamento. E intanto noi soffriamo: soffriamo nel vedere la gente proclamare che in Calabria la mafia non esiste, soffriamo nel guardare i quadri di ottimismo dipinti da artisti nostrani che occupan importanti poltrone, soffriamo per l’abbandono dello Stato, presente con tutte le sue armi quando si tratta di rifocillare le proprie casse, ma che per il resto si affida completamente al coraggio impotente di pochi pionieri. No, non sono queste le strade da percorrere: la mafia esiste,e non è semplicemente un’organizzazione criminale, non è la sola mano autrice dei delitti, dei soprusi, dei diritti calpestati. E’ uno status culturale, una presenza costante ed indelebile a livello sociale, e coinvolge tutte le funzioni della città ad ogni livello: ogni vittima, ogni nuovo crimine commesso da questa entità non è, soprattutto non deve essere, trasformato in una questione isolata, in un "non è successo a noi". Un singolo omicidio è una sconfitta dell’Istituzione, ma anche del singolo cittadino, e il continuo scrollarsi di dosso ogni responsabilità, o l’accettare passivamente una situazione perchè "si sa come vanno le cose", corrisponde ad una tacita ma piena accettazione del fenomeno mafia.
Mi rendo purtroppo conto che se di questo fenomeno non si sono saggiati i tremendi effetti, non si può comprendere a fondo cosa vuol dire essere vittime. Oltre alla prima condana, quella di sentire ovunque la presenza maledetta, la nuova coscienza acquisita ce ne porta molte altre.
In sostanza, il delitto è che noi orfani della mafia moriamo insieme ai nostri padri: possiamo anche metterci tutta la nostra volontà, possiamo cercare di combattere, come spesso ci sentiamo ripetere (ma contro chi, vorrei dire io, e soprattutto con quali armi? Siamo troppo deboli), ma non possiamo mai uscire dalla nostra tragica realtà; nove volte su dieci non sappiamo nemmeno perchè è morto nostro padre, abbiamo visto la polizia solo una volta, il giorno dell’omicidio, siamo sottoposti agli atteggiamenti sospettosi di tanta e tanta gente che ragiona secondo gli schemi "se l’hanno ucciso qualcosa l’avrà fatta", dobbiamo aver paura anche di cercare conforto presso quei pochi che si dimostranon nostri amici, perchè potrebbe succedere qualcosa anche a loro: io stesso, prendetela come affermazione paradossale, falsa o come volete, mi ritrovo a volte a pensare che in fondo sono stato fortunato, che questa guerra civile (perchè tale è) ha creato orfani ben più giovani di me, ha disgregato totalmente intere famiglie trascinandole verso la rovina irreversibile.
Già mi ritrovo a pensare a me stesso, dopo anni di studio, di progetti e di sogni per l’avvenire, come ad un essere la cui esistenza è totalmente nelle mani di altri,che sono magari di gran lunga inferiori, sotto tutti gli aspetti. Si capisce come restiamo confusi, a metà tra l’irato e il rassegnato quando sentiamo parlare di miglioramento delle condizioni di vivibilità della città o dell’esercitazione dei diritti del cittadino: alla persona che più avevamo cara al mondo è stato sottratto il diritto fondamentale ed elementare, ovvero il diritto alla vita! E se all’amore verso il padre si aggiunge la stima verso l’uomo, se quella stessa persona che è stata crivellata di colpi era anche il nostro modello ideale, come si può pensare allora a oi come a delle persone che possono condurre una vita normale, o comunque come l’avevamo sognata? Ed i mille interrogativi che ci assillano continuamente, restare, continuare, fuggire, cercare di comprendere, soccombere, come possiamo toglierli dalla nostra mente? Certo, qualcuno dice che siamo sciocchi: basta riempire i moduli per il pagamento della tassa di successione, e poi si vedrà.
Del resto è l’unica risposta che ci viene fornita, nella quasi totalità dei casi …Abbiamo perso, dunque?
Verrebbe da dire di si. Ma i segni di una silenziosa, tangibile voglia di riscatto nella nostra città ci sono. Ritengo positivo, ad esempio, ogni momento di discussione sul problema, anche inconcludente, basta che generi interesse, perchè non è mai inutile parlare di mafia in una città che spesso non il coraggio di confessare di essere sottomessa a quest’ultima. E pensare che questo dovrebbe essere solo il primo passo.
Gabriele S.
(‘Ndrangheta, fiction, storia, memoria, Figli di Boss. Salvatore Paolo Putortì – Edizione: l’Inchiesta (mensile di cronaca))


















February 16th, 2007 at 8:32 pm
Qeusto a conferma di quanto ti dicevo tempo fa. Non basta che in un posto ci vai 2 o 3 volte l’anno, ci devi vivere per 365 giorni…poi riesci a capire realmente la realtà del posto, i modi di pensare e di fare. Tutto il resto son chiacchiere, che si sa…se le porta il vento!!
February 17th, 2007 at 9:13 pm
Il problema è che finchè ci si piange addosso e ci si adegua a quelle che sono le dinamiche della mafia “perchè tanto non si può fare altrimenti” non si risolverà mai nulla.
Finchè ci si piega e si va avanti come si è sempre fatto il problema continuerà a sussistere. Perchè questo fenomeno non c’è così marcatamente in alcune parte d’Italia ma solo in certe?
Volere è potere. Molte persone hanno già fatto tantissimo non esitando a sacrificare la propria vita per la terra che amavano ed in cui sono nati, ognuno può fare il suo piccolo se lo vuole. Chi si lamenta e sta con le mani in mano è perchè è connivente e perfettamente complice del sistema.
Non è questione di stare in un posto 2 o 3 volte l’anno o 365 giorni l’anno in un posto. E’ questione di volontà, di caparbietà e di coraggio. Dappertutto ci sono i “furbi” ed i “prepotenti”, però certi fenomeni atteccano soltanto in determinate zone perchè non dappertutto la gente è disposta a sottomettersi a certi comportamenti.
February 17th, 2007 at 10:22 pm
@Davide: ti invito seriamente a studiarti la storia del nostro Paese, mi pare di capire da ciò che scrivi che sei a corto di conoscenza, riguardo quello che è successo in questo lembo di terra negli ultimi 2-300 anni..
Teoricamente ciò che dici è giusto: basta opporsi al problema, lo faccio io,lo fa qualcun altro del mio nucleo familiare, poi un altro e alla fine ne siamo venuti fuori …
Però …
c’è un piccolissimo però .. se mi fanno saltare la macchina?? Se mi puntano una pistola alla tempia? Se prendono qualcuno a me caro? Hai letto attentamente ciò che scrive un ragazzo a cui hanno ucciso il padre?
Io mi lamento e sto con le mani in mano come dici tu … Sono complice del sistema secondo te? Non credo proprio – chiedo, semplicemente, un aiuto dall’alto perchè io da solo non ho i mezzi per combattere questa piaga .. Posso farlo nel mio piccolo: evitando i piccoli fenomeni di mafia (tipo: non fare la fila alla posta perchè c’è tuo compare alla cassa che ti fa il favore; parcheggiare in tripla fila perchè tuo compare il vigile non ti farà la multa).. Questo posso farlo, ma sinceramente se avessi un’attività e mi chiedessero il pizzo so perfettamente che non pagando mi farebbero saltare tutto, me [probabilmente] incluso, per poi restare completamente solo e alla mercè di tutti visto che lo Stato non vuole o non può proteggerti!