Il porto di Gioia Tauro: quale futuro?

Il porto di Gioia Tauro è considerato, a ragione, il più grande terminal transhipment di tutto il Mediterraneo, nonchè uno dei dieci porti che movimentano più container in tutto il mondo: la sua posizione geografica (è posto esattamente al centro delle rotte Est-Ovest-Est passanti dallo stretto di Gibilterra e dirette verso il Canale di Suez) e le sue specifiche caratteristiche ne fanno un possibile traino per tutta l’economia meridionale ed italiana in genere – ove ce ne fosse realmente l’intenzione di svilupparlo seriamente.

Circa un mese fa (24 Agosto 2008), il sottosegretario all’Economia Adolfo Urso si è recato in visita nel suddetto scalo containers, affermando:

Col Governo Berlusconi e’ ripreso il dialogo col porto di Gioia Tauro interrottosi con l’esecutivo Prodi
Riprendo la mia attenzione su Gioia Tauro nell’ambito di un lavoro di governo che riservera’ attenzione al porto per collocarlo al centro della crescita dell’economia del Mezzogiorno. Il porto container rappresenta la principale risorsa della Calabria, all’ultimo posto tra le regioni per le esportazioni.

Belle parole. Le ho già sentite in passato da tutti i politici passati dalle varie poltrone della prima e seconda repubblica delle banane.

Vivo i fatti del porto di Gioia Tauro quotidianamente anche in considerazione delle attività imprenditoriali che contraddistinguono la storia della mia famiglia.

Ricordo quando nei primi anni ’90 mio nonno propose a diversi agenti marittimi e spedizionieri doganali calabresi di aprire la società che oggi è conosciuta con il nome di Serport Gioia Tauro.

Ricordo quando, ancora bambino, conobbi uno degli uomini che ha fatto la storia del transhipment di questo continente: Angelo Ravano, un uomo molto signorile, proveniente dalla svizzera, portando in dote i sogni di una vita. Il sogno di Ravano era quello di far sorgere a Gioia Tauro il più grande porto del mondo, centro delle attività di trasporto container di tutto il Mediterraneo.

Purtroppo, oggi, questo sogno sta svanendo.

Sì, perchè ciò che non dicono nè i dati, nè i giornalisti [nazionali e non], nè i blogger più attenti ai fatti del territorio calabrese, è che lo stato, lo stesso stato che per bocca dell’on.Urso dovrebbe investire fortemente nel porto di Gioia Tauro, ha deciso di finanziare con 60 milioni di euro, di cui 30 a fondo perduto, lo scalo di Cagliari del compare/compagno Soru, facendo sì che la Mct decidesse di spostarvi tutte e dico tutte le attività del porto (escluse quelle della Mearsk/P&O).

Questo vuol dire la morte dello scalo calabrese e la vita, sempre più ricca dei genovesi, venuti a Gioia a fare carne di porco [come si suol dire dalle mie parti].

Un porto non nasce per far ricchi gli altri; un porto nasce per far sviluppare la terra dove sorge. Ad oggi, tutti coloro i quali operano nel porto di Gioia Tauro, eccezion fatta per la Mct, possono inventarsi un nuovo lavoro: difatti di lavoro non ce n’è e non ce ne sarà più per chissà quanto tempo.

La logistica è affare dell’Autorità Portuale e dei soliti noti.
Le attività di transhipment sono affare della Mct.

Cosa resta? Nulla.

La verità è che le famiglie si arricchiscono sempre di più anche grazie a queste scelte dissennate dello stato; dove andremo a finire? Sinceramente vedo davvero pochi spiragli perchè la Calabria possa davvero ripartire.

Spero solo che il federalismo ci porti alla guerra civile, come già avvenne negli anni 70 a Reggio (provocatorio eh)

Related Posts: