Matteo De Augustinis: il calabrotto

L’indole calabrese è troppo proverbialmente conosciuta: fervida, iraconda, testarda.
Nessun ingegno eguaglia quello del calabrese.
Nessuno è più inesorabile di lui, non v’è vendetta che alla sua si rassomigli.

I calabresi non dimenticano e non perdonano.

Occorre, però, dire dell’ospitalità.

L’ospitalità calabrese ha veramente dell’ideale e del sublime; essa è la prima e la più venerata delle sue religioni; dopo questa vien quella dell’amicizia.
Fiero del suo io, il calabrese è poco devoto, poco cordiale, giammai rassegnato: egli cede, ma non si costerna, finge di deporre il suo pensiero, ma per tornarvi a miglior tempo.
Neppure i grandi tremuoti valgono a fargli abbandonare la sua stanza e i suoi disegni.

La sua taglia, generalmente è mezzana, l’agilità grandissima, bruna e contratta la fisionomia, nero l’occhio e scintillante.
Aspro ai modi, inciso alla favella, vorrebb’essere compreso senza parlare, ed a volo e perfettamente obbedito e secondato: alla seconda parola, al primo mancamento, il sangue gli bolle e la bile si altera e stravasa

Related Posts: