Molti di voi forse non lo conosco. E tanti di più, forse non sapete cosa gli è successo.
Antonino Monteleone è un giornalista reggino “impegnato”. Il suo essere impegnato l’ha portato, inevitabilmente, a contatto con la ‘ndrangheta.
Io stesso in passato mi trovavo a commentare il suo blog. Poi ho avuto dimostrazione diretta che in questo stato non si può parlare liberamente per cui, come la maggior parte dei calabresi, ho preferito farmi i cazzi miei.
Ed è esattamente di questo che voglio scrivere.
Successivamente all’attentato subito da Antonino Monteleone, c’è stata la solita corsa alla solidarietà. Tutti , partendo dai politici (nazionali e non), finendo ai giornalisti ed alla semplice gente comune (compresi i blogger reggini), si sono attivati per esprimere la propria solidarietà.
In tale ottica, è anche nato anche un gruppo su Facebook con oltre 3 mila membri.
La domanda che mi sto ponendo in questi giorni è: cosa se ne fa di questa solidarietà? E’ un discorso contro-corrente per cui cercherò di spiegare il mio punto di vista.
Parlo a titolo personale, però mi viene da pensare che se io fossi un giornalista d’assalto che conduce una lotta contro la criminalità organizzata, saprei benissimo che “prima o poi” mi troverei ad averci un contatto diretto: sia esso una macchina che salta o dei proiettili, questa gente si fa sentire – è la regola non scritta che tutti noi conosciamo bene perchè cresciuti in quella terra maledetta e senza speranza.
In quest’ottica, piuttosto che sentirmi dire “ti sono vicino”, piuttosto che sentire politici [da strapazzo] inneggiare all’illegalità alla legalità, preferirei centomila volte che la gente comune facesse il suo, come io farei il mio, per combattere qualsiasi forma di illegalità: inizierei facendo notare ai miei compari ed ai miei amici che spesso si comportano da mafiosi nemmeno rendendosene conto. Proseguirei denunciando, ove mi capitasse, gli atti illegali che tutti, nessuno escluso, anche nel piccolo, compiono nascondendosi dietro il concetto di “amico” e “compare”.
Il problema è che, purtroppo, la linea che separa la legalità dall’illegalità è molto molto sottile … quantomeno in Calabria.
Purtroppo, però, la gente se ne sbatte. Il ragionamento del “ma chi me lo fa fare” è quello che governa il pensiero della maggior parte dei calabresi che vivono in Calabria. Ed è per questo che ho scritto che quella, e lo dico con forte dolore, è una terra senza speranza.


















February 8th, 2010 at 6:50 pm
da coordinatore dei “blogger reggini” ringrazio per la citazione e per averci inserito nel settore “gente comune” di cui ci sentiamo orgogliosamente membri.
Sono d’accordo praticamente su tutto quanto riguarda la solidarietà, i partiti, la consapevolezza che prima o poi qualcosa del genere sarebbe successa.
Ma secondo me trascuri un aspetto importante. Mi riferisco al fatto che ci sono tantissime persone che non vogliono aspettare il morto, di nuovo, e che quindi cercano di considerare una scintilla qualunque cosa. Stavolta, personalmente, ho sentito l’avvenimento nefasto più vicino del solito perchè si tratta di un ragazzo più giovane di me che considero molto bravo. Penso che un 25enne non può essere frenato da niente nel suo lavoro (se è legale) e il fatto che abbia deciso di continuare a svolgerlo pericolosamente a Reggio ne fa un concittadino di cui andare particolarmente orgogliosi, anche se non sempre ne condivido le posizioni…
in attesa di una vera scintilla, non ci resta che sperare e far finta che la calabria, e reggio in particolare, non sia ancora una terra senza speranze, anche se, purtroppo…….
ma non lo voglio dire!
(A)lessio