Ieri notte sono andato al Warner Village Parco De Medici a vedere questa pellicola che narra la singolare, ma non troppo, avventura di un giovine vissuto circa 12.008 anni fa.
Vorrei spendere due parole sulla pregevole caratteristica dei sedili del Warner che hanno il bracciolo alzabile, questo permette di godersi il film in maniera molto più confortevole qualora si voglia una maggiore vicinanza con chi si ha accanto, avevo già sperimentato questa chicca in un cinema bolognese in cui, mi si disse, da tempo i sedili erano così fatti, ma si sa che su queste cose in quel di Romagna, sono più avanti!
Torniamo quindi al nostro giovane D’Leh. L’avventura si dipana in un classico intreccio da romanzo amoroso, Amore, Separazione, Viaggio di formazione, Iniziazione, Ottenimento dell’oggetto “magico”, Battaglia, Recupero. Questo non mina però la godibilità del film che fa della semplicità il suo punto di forza. Non c’è il mondo in palio qui, non c’è la minaccia, l’alieno, lo sconvolgimento globale, c’è solo il protagonista incazzato come una faina che deve recuperare la donna che ama, il mondo va avanti lo stesso ed è questo che lo rende apprezzabile a mio avviso, l’effetto lente di ingrandimento, in un mondo vivo un piccolo zoom su una delle tante storie. Cosa che ha contribuito a renderla più vera e tranquilla proprio perchè non pretendeva si facesse “ooooh” stupiti! Proprio questa poca pretesa di essere un racconto che abbia influito sulla realtà fa perdonare alcuni paradossi temporali e geografici, la sostanza è che il giovane se la vede con dei mammuth e questo lo retrodata di molto rispetto a 12.000 anni fa, perchè per giungere laddove il film trova il suo apice nel tempo che viene mostrato nel film significa che si trovava relativamente vicino e li non c’erano mammuth da tempi immemori, e questo genera il paradosso temporale, oppure si trovava talmente lontano, laddove i mammuth c’erano, ma allora ci mette troppo poco a fare il viaggio che fa.
Tutte queste cose potrebbero far storcere il naso ad un pignolo come me, invece vengono tutte perdonate finchè uno sposta a livello simbolico tutto quanto, accettando che i luoghi diversi e lontani che il ragazzo attraversa simboleggino la diversità da quello da cui proviene, è il regista poi a volerci portare troppo vicino alla realtà che conosciamo. Nel finale è fin troppo riconoscibile la zona del mondo in cui si trova e forse sul finale il regista forza la mano, come se fosse arrivato il momento in cui deve forzare lo spettatore a dire “ooooh” forzando la mano su argomenti mistici e leggendari senza approfindirli affatto. L’esempio è che la ragazza in questione, ha un marchio ed è simbolo di una profezia. Ma cosa rappresenti questo marchio e perchè tanti ne siano spaventati non si capisce un gran che.
Per concludere il film è godibile, le ambientazioni molto suggestive con una scelta dei colori e della fotografia eccellente, i personaggi sono tutti ben caratterizzati e calati nei ruoli classici dell’intreccio di cui sopra, tranne uno che pare un po’ paradossale, ovvero un rude guerriero-mercante che si comporta come un damerino compromettendo la sua dignità davanti alla ragazza rapita di cui si invaghisce. La storia non ha pretese, tranne nel finale, e questo la rende piacevole, il non forzare la mano, il dire “così è se vi pare” la fa accettare e questo crea la discrepanza con la parte finale in cui invece si sente la volontà un po’ forzata del regista di cercare gli elementi di stupore!
In ogni caso a chi è piaciuto Rapa Nui o Apocalypto (che devo ancora riuscire a vedere), mi sento di suggerirlo.