Tutti i post taggati come: ‘Libri’

May
7

Traslochi

Postato in  
Riflessioni

scatole, scatole, scatole.

milioni di libri.

delirio!

Related Posts:

Feb
16

La ‘ndrangheta: storia di una vita

Postato in  
Ipse Dixit, Libri, Riflessioni

Prendo spunto dalla degenerazione della discussione (potete leggere qui, qui e qui) tra Marco e Davide, nata dal post sulle mie personalissime considerazioni sui fatti avvenuti dopo Catania-Palermo, per riportare una toccante lettera scritta da un ragazzo rimasto orfano del padre, ucciso dalla ‘ndrangheta nel giugno del ’90. Credo che, sebbene sia molto lunga, valga la pena di leggerla perchè descrive appieno e senza ipocrisia la realtà nella quale sono cresciuto.

Mi chiamo Gabriele S. Ho 17 anni. Dal 23 giugno del 1990, la peste sociale che ammorba la città di Reggio Calabria mi ha fatto entrare a far parte, travolgendomi, di una categoria purtroppo in continua espansione: quella degli orfani resi tali dalla mafia.E ho usato il termine categoria, pur sapendo che sarebbe stato più appropriato dire "paria".
Sarà probabilmente inutile, infatti, cercare di spiegare come l’uccisione del proprio padre possa cambiare il modo di vivere di un ragazzo, specie se questa azione viene perpetrata secondo gli schemi disgustosamente vili dell’agguato a sangue freddo, schemi del resto che si adattano alla perfezione a chi crede di possedere poteri e diritti superiori a quelli degli altri cittadini per il solo fatto di essere un cultore della prepotenza, sottoclasse della codardìa; ma bisogna sempre parlare di una realtà, e soprattutto di una realtà come questa.

Anche se può sembrare strano, non è il puro mutamento dell’esistenza, non ì l’inevitabile cambiamento del modo di porsi di fronte agli altri a determinare la morte sociale di chi ha vissuto o vive un’esperienza come la mia:  l’aspetto più tremendo e l’acquisizione della capacità di vedere la realtà "normale" con occhi diversi, di essere costretti a ricondurre ogni più piccolo particolare notato all’esistenza del grande nemico, di comprendere, improvvisamente, come tutta la nostra esistenza nella nostra città sia stata in realtà un continuo confrontarsi con i diversi aspetti della mafia. Si comincia da piccolissimi: si è subito vittima di un perverso meccanismo che tende a rovesciare i valori, isolando chi parla di progresso, di lavoro, di impegno, e facendo assurgere al ruolo di protagonista chi commette azioni, anche minime, contro la legalità.

Questo processo, nascosto e non dichiarato nelle zone più "pure" della città, diventa manifesto nei quartieri "a rischio": invito chiunque a trascorrere una giornata alla scuola media inferiore di Archi, e ad osservare le prove di "coraggio" alle quali la maggior parte dei bambini (perchè tali sono) viene sottoposta da miniboss undicenni. Poi, ovviamente, con l’età adulta arriva anche la consacrazione dell’"adeguiamoci": la raccomandazione, il favore del compare ed i panegirici vari diventano consuetudine, abitudine, normalità.
Comprare il giornale ogni mattina per sapere "quanti ne hanno ammazzati", un intrattenimento puro, tanto "noi da queste cose siamo fuori".

E’ logico, e normale che un imprenditore come mio padre venga eliminato al più presto: figura ampiamente scomoda che può alterare il regime delle cose, una volta, ovviamente, che lo si è adeguatamente sfruttato mediante un’altra delle storiche prodezze, quella del taglieggiamento. E intanto noi soffriamo: soffriamo nel vedere la gente proclamare che in Calabria la mafia non esiste, soffriamo nel guardare i quadri di ottimismo dipinti da artisti nostrani che occupan importanti poltrone, soffriamo per l’abbandono dello Stato, presente con tutte le sue armi quando si tratta di rifocillare le proprie casse, ma che per il resto si affida completamente al coraggio impotente di pochi pionieri. No, non sono queste le strade da percorrere: la mafia esiste,e non è semplicemente un’organizzazione criminale, non è la sola mano autrice dei delitti, dei soprusi, dei diritti calpestati. E’ uno status culturale, una presenza costante ed indelebile a livello sociale, e coinvolge tutte le funzioni della città ad ogni livello: ogni vittima, ogni nuovo crimine commesso da questa entità non è, soprattutto non deve essere, trasformato in una questione isolata, in un "non è successo a noi". Un singolo omicidio è una sconfitta dell’Istituzione, ma anche del singolo cittadino, e il continuo scrollarsi di dosso ogni responsabilità, o l’accettare passivamente una situazione perchè "si sa come vanno le cose", corrisponde ad una tacita ma piena accettazione del fenomeno mafia.

Mi rendo purtroppo conto che se di questo fenomeno non si sono saggiati i tremendi effetti, non si può comprendere a fondo cosa vuol dire essere vittime. Oltre alla prima condana, quella di sentire ovunque la presenza maledetta, la nuova coscienza acquisita ce ne porta molte altre.

In sostanza, il delitto è che noi orfani della mafia moriamo insieme ai nostri padri: possiamo anche metterci tutta la nostra volontà, possiamo cercare di combattere, come spesso ci sentiamo ripetere (ma contro chi, vorrei dire io, e soprattutto con quali armi? Siamo troppo deboli), ma non possiamo mai uscire dalla nostra tragica realtà; nove volte su dieci non sappiamo nemmeno perchè è morto nostro padre, abbiamo visto la polizia solo una volta, il giorno dell’omicidio, siamo sottoposti agli atteggiamenti sospettosi di tanta e tanta gente che ragiona secondo gli schemi "se l’hanno ucciso qualcosa l’avrà fatta", dobbiamo aver paura anche di cercare conforto presso quei pochi che si dimostranon nostri amici, perchè potrebbe succedere qualcosa anche a loro: io stesso, prendetela come affermazione paradossale, falsa o come volete, mi ritrovo a volte a pensare che in fondo sono stato fortunato, che questa guerra civile (perchè tale è) ha creato orfani ben più giovani di me, ha disgregato totalmente intere famiglie trascinandole verso la rovina irreversibile.

Già mi ritrovo a pensare a me stesso, dopo anni di studio, di progetti e di sogni per l’avvenire, come ad un essere la cui esistenza è totalmente nelle mani di altri,che sono magari di gran lunga inferiori, sotto tutti gli aspetti. Si capisce come restiamo confusi, a metà tra l’irato e il rassegnato quando sentiamo parlare di miglioramento delle condizioni di vivibilità della città o dell’esercitazione dei diritti del cittadino: alla persona che più avevamo cara al mondo è stato sottratto il diritto fondamentale ed elementare, ovvero il diritto alla vita! E se all’amore verso il padre si aggiunge la stima verso l’uomo, se quella stessa persona che è stata crivellata di colpi era anche il nostro modello ideale, come si può pensare allora a oi come a delle persone che possono condurre una vita normale, o comunque come l’avevamo sognata? Ed i mille interrogativi che ci assillano continuamente, restare, continuare, fuggire, cercare di comprendere, soccombere, come possiamo toglierli dalla nostra mente? Certo, qualcuno dice che siamo sciocchi: basta riempire i moduli per il pagamento della tassa di successione, e poi si vedrà.
Del resto è l’unica risposta che ci viene fornita, nella quasi totalità dei casi …

Abbiamo perso, dunque?

Verrebbe da dire di si. Ma i segni di una silenziosa, tangibile voglia di riscatto nella nostra città ci sono. Ritengo positivo, ad esempio, ogni momento di discussione sul problema, anche inconcludente, basta che generi interesse, perchè non è mai inutile parlare di mafia in una città che spesso non il coraggio di confessare di essere sottomessa a quest’ultima. E pensare che questo dovrebbe essere solo il primo passo.

Gabriele S.
(‘Ndrangheta, fiction, storia, memoria, Figli di Boss. Salvatore Paolo Putortì – Edizione: l’Inchiesta (mensile di cronaca))

Related Posts:

Jul
16

Mr. Nice – Howard Marks

Postato in  
Libri

mr.nice

Un genio! Non ci sono altre parole per definire la personalità di Howard Marks, aka Mr. Nice, uno dei più grandi spacciatori di marijuana durante gli anni ’70, un genio, una persona fuori dal comune che alla violenza ed alla forza bruta ha sempre preferito far funzionare il cervello.

Laureato ad Oxford in fisica, inizia a spacciare trasportando grossi quantitativi di hashish,che nasconde nelle vetture che lui stesso guida in giro per l’Europa (Germania, Inghilterra, Irlanda). Fu arrestato a Palma de Maiorca (Spagna) dalla DEA, per poi essere estradato negli USA, dove ha scontato una condanna a 25anni nel penitenziario Terre Haute (Indiana), uno dei carceri più duri di tutti gli Stati Uniti. E’ stato un genio, uno spacciatore fuori dalla norma: si è sempre rifiutato di spacciare droghe pesanti, come la cocaina, che gli avrebbero consentito di fare molti più soldi, ma facendolo entrare in un giro non suo.

Questa autobiografia racconta degli oltre 40 alias utilizzati per girare il mondo con passaporti falsi, per scappare, per sette lunghi anni, dall’Interpol; racconta di come questo uomo si sia fatto accettare dalle famiglie pakistane ed afghane come uno di loro, e non come un mero commerciante europeo. Racconta dell’amore per Judy e per i suoi figli, dell’amore verso i propri genitori e di come sia stato uno degli uomini più coerenti di cui io abbia mai sentito parlare (nonostante in carcere di massima sicurezza, e nonostante la moglie sia stata a sua volta ingiustamente e senza alcuna prova arrestata dalla DEA, si è sempre rifiutato di diventare una spia). Racconta delle innumerevoli aziende di cui era proprietario: agenzie di viaggio (le prime ad effettuare le tratte Bangkok-Cina, Taiwan-Cina; centri benessere nei più lussuosi alberghi di Singapore; aziende produttrici di cartine – tutte nate per nascondere ciò che Malik chiamava il ‘mother-business’ (lo spaccio di hashish ed erba).

Howard Marks nella sua vita ha avuto contatti praticamente con qualsiasi tipo di personaggio: è stato al servizio dell’MI6 e della CIA, ha lavorato fianco a fianco con la Mafia (siciliana e americana), con i ribelli afghani e perfino con gente interna all’IRA.

E’ stato sicuramente una delle personalità di cui si è parlato di più negli anni 80 su tutti i giornali inglesi. A differenza del tipo di spacciatore presentatoci dal film Blow, qui si vede la figura di una persona che non spaccia solo per fare soldi, anzi! Howard Marks si godeva le sue droghe, e dal libro si evince con molta forza quanto gli piaceva (e probabilmente piace ancora) fumare erba e hashish di qualità. Al contrario di George Jung, Howard Marks aveva un ottimo rapporto con i propri genitori che l’hanno sostenuto per tutta la durata della sua prigionia, perfino economicamente e questo si rifletteva sul rapporto con i figli che gli sono stati costantemente vicini fino alla sua scarcerazione, avvenuta nell’Aprile del ’95.

Non so dove sia Howard Makrs, non so cosa stia facendo, ma son sicuro che in questo momento si stia facendo un gran bel cannone, e che se lo godrà alla faccia della DEA e dell’agente Lovato.

Related Posts:

May
3

L’enigma dei numeri primi

Postato in  
Libri

copertina

Marcus du Sautoy racconta, partendo dagli albori della ricerca matematica, della grande sfida che sta appassionando i ricercatori da oramai parecchi secoli: cercare di scoprire una formula che consenta di calcolare o determinare una sequenza corretta di tutti i numeri primi all’interno del campo dei numeri naturali. La narrazione parte dal "Congresso Internazionale dei matematici", dove Hilbert fu invitato all’alba del 1900, e dove lo stesso Hilbert sfidò i suoi ascoltatori a risolvere ventitrè diversi problemi.

Dei ventitrè problemi di partenza, ne sono rimasti solo sette irrisolti. Questi sette problemi sono alla base del premio Clay che permetterà ai vincitori di ottenere un milione di dollari e fama eterna in campo matematico. Il tema centrale affrontato nel libro è l’ottavo problema di Hilbert: l’ipotesi di Riemann.

Secondo la teoria di Riemann i numeri primi si distribuiscono all’interno del campo dei numeri naturali seguendo il comportamento della funzione zeta. Ora, a grandi linee e senza entrare nello specifico, questa funzione ha un andamento molto particolare (si immagini una forma d’onda irregolare), Riemann ipotizza che tutti gli zeri di questa funzione, e cioè i suoi risultati, cadano su di una certa retta verticale [per dovere di cronaca, attualmente si è calcolato che circa 1,5mld di zeri cadono su questa retta]. Partendo da questa ipotesi i matematici, nel corso dei secoli, hanno dimostrato tutta una serie di teoremi importantissimi finanche nel campo informatico – basti pensare ai codici crittografici, ad RSA e alle implicazioni che questo tipo di discorso possa avere nella vita di tutti quelli che ogni giorno fanno uso della propria carta di credito per fare acquisti su Internet. Attraverso un lungo excursus che parte dalle ricerche condotte da Gauss e Riemann nel campo dei numeri primi, per poi passare per Eulero, Littlewood ed Hardy e per l’incredibile e mistica figura del matematico indiano Ramanujan, vengono presentati tutti i passi che i matematici hanno compiuto in questi secoli per arrivare a dare una spiegazione all’ipotesi numero otto.

La narrazione è abbastanza piacevole e non è assolutamente troppo tecnica. Diciamo che con una cultura da liceo scientifico si è in grado di capire abbastanza bene i concetti espressi nel libro. Un solo appunto ma più che altro è di ordine soggettivo: l’ultimo capitolo del libro narra della storia di RSA e di come la ricerca matematica sui numeri primi influenzi l’ecommerce e la vita quotidiana di tutti noi; personalmente l’ho ritenuto troppo tedioso ma probabilmente è dovuto al fatto che ho letto centinia e centinaia di documenti su questo argomento.

Related Posts: